Rimini, al Forum sulla Non Autosufficienza il workshop su IA e riabilitazione

Eugenio AndreattaHome, News Simfer

Si è svolto a Rimini, il 26 e 27 marzo, nell’ambito del Forum sulla Non Autosufficienza e della piattaforma TechCare Expo, il workshop Simfer dal titolo «Cosa cambia in riabilitazione con l’intelligenza artificiale». Un momento di confronto che ha riunito fisiatri, fisioterapisti e bioingegneri, mettendo a fuoco il ruolo sempre più centrale dell’IA nella trasformazione dei modelli di cura.

L’incontro ha evidenziato come, in un contesto demografico segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita delle patologie croniche – che oggi assorbono circa l’80% delle risorse sanitarie – l’intelligenza artificiale non possa essere considerata una semplice innovazione tecnologica, ma rappresenti un passaggio strategico per evolvere da un modello di cura episodico a uno continuo, proattivo e personalizzato.

Dalla longevità alla Silver Economy: il nodo del digital divide

Ad aprire i lavori è stata Francesca Cecchi, che ha affrontato il tema della digitalizzazione nella longevità e nella Silver Economy. Al centro della sua relazione, la necessità di coniugare innovazione tecnologica e accessibilità, affinché gli strumenti digitali diventino realmente abilitanti per l’autonomia delle persone.

È emerso con chiarezza come il successo di questi modelli dipenda dalla capacità di superare il digital divide e di accompagnare i pazienti nell’adozione delle tecnologie. In questo senso, si è sottolineata l’importanza di nuove figure professionali, come i digital coach, in grado di sostenere l’utente nelle fasi più delicate e prevenire il rischio di abbandono.

L’IA come “agente digitale” al servizio della clinica

Nella relazione successiva, Mauro Zampolini ha proposto una lettura dell’intelligenza artificiale come “agente digitale”, capace di gestire grandi quantità di dati e restituire tempo e qualità alla pratica clinica.

Un esempio concreto ha mostrato il potenziale impatto dell’IA nella pratica quotidiana: in un reparto riabilitativo, un sistema di analisi in tempo reale ha segnalato una sospetta trombosi venosa profonda, consentendo un intervento tempestivo e salvavita.

Come ha sottolineato Andreoli nel corso del workshop, «l’intelligenza artificiale non sostituisce il medico, ma lo aiuta a vedere prima e meglio ciò che conta davvero per il paziente». E ancora: «il vero cambiamento non è tecnologico, ma clinico: l’IA restituisce tempo alla relazione di cura».

Dalla biomeccanica al valore clinico

Giacomo Basini ha invece approfondito il ruolo dell’IA nell’analisi strumentale del movimento, evidenziando come queste tecnologie consentano di trasformare il dato numerico in informazione clinicamente rilevante.

In particolare, è stato mostrato come l’uso dell’intelligenza artificiale possa ridurre il numero di acquisizioni necessarie, ottimizzando tempi e risorse e migliorando la qualità del percorso diagnostico-terapeutico.

Una tecnologia da governare

Ampio spazio è stato dedicato al confronto con i partecipanti, che hanno evidenziato una comunità professionale pronta ad accogliere l’innovazione, ma consapevole dei rischi legati a un utilizzo non governato delle tecnologie.

È emersa una posizione condivisa: l’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento nelle mani del medico, evitando derive legate alla cosiddetta “scatola nera” e garantendo trasparenza, sicurezza e appropriatezza clinica.

Allo stesso tempo, la tecnologia è chiamata a ridurre – e non ad amplificare – le disuguaglianze, assicurando un accesso equo alle innovazioni, anche attraverso modelli come la telemedicina proattiva e i “gemelli digitali”.

Il medico come architetto della cura

Il workshop ha delineato con chiarezza il profilo del professionista della riabilitazione nei prossimi anni: non più semplice esecutore di protocolli, ma “architetto della cura”, capace di integrare competenze cliniche e strumenti digitali.

In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale si configura come un alleato per potenziare l’autonomia del paziente, migliorare l’efficacia degli interventi e, soprattutto, restituire centralità alla persona.

Una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma il modo stesso di intendere la medicina riabilitativa: più continua, più personalizzata, più orientata alla qualità della vita.