In Italia sono circa 300.000 le persone che convivono con la malattia di Parkinson e oltre 600.000 i familiari coinvolti ogni giorno nel percorso di assistenza. Una patologia che, per impatto sanitario e sociale, rappresenta la seconda malattia neurodegenerativa dopo la demenza, con un costo complessivo stimato di circa 8,5 miliardi di euro l’anno. E le prospettive indicano una crescita significativa: entro il 2050 il numero dei casi è destinato a raddoppiare.
È in questo scenario che si inserisce l’incontro promosso venerdì 10 aprile dall’Istituto Superiore di Sanità, in occasione della Giornata Mondiale del Parkinson, insieme alla Confederazione Parkinson Italia, con la partecipazione delle principali associazioni e società scientifiche di riferimento, tra le quali SImfer. Un momento di confronto istituzionale che ha segnato un passaggio importante per il futuro delle politiche pubbliche, del finanziamento dei percorsi assistenziali e dell’organizzazione delle cure.
Al centro dell’evento la presentazione delle nuove Linee di indirizzo nazionali per i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), uno strumento atteso e necessario per superare l’attuale disomogeneità territoriale. Oggi infatti la gestione del Parkinson in Italia è ancora “a macchia di leopardo”: solo 21 documenti di PDTA attivi, di cui appena 8 a livello regionale, e oltre un quarto privi di sistemi strutturati di monitoraggio.
Le nuove linee di indirizzo, che saranno portate nelle prossime settimane in Conferenza Unificata, rappresentano un passo decisivo verso la definizione di standard omogenei di qualità, insieme all’avvio della più ampia indagine nazionale mai realizzata sui bisogni clinico-assistenziali delle persone con Parkinson e dei loro familiari, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità.
In questo contesto di rinnovato impegno istituzionale, la presenza della Simfer ha ribadito il ruolo centrale della medicina fisica e riabilitativa. Durante la tavola rotonda, il presidente Giovanni Iolascon ha sottolineato con chiarezza che «la riabilitazione non può essere considerata un intervento accessorio, ma deve essere riconosciuta come parte integrante e necessaria della cura in ogni fase della vita della persona».
Un cambio di paradigma che riguarda non solo l’organizzazione dei servizi, ma anche la cultura clinica. «Dobbiamo superare una visione episodica della riabilitazione – ha aggiunto Iolascon –. Il bisogno riabilitativo nella malattia di Parkinson è continuo e accompagna la persona fin dal momento della diagnosi».
Un approccio che richiama i principi del modello biopsicosociale e che invita a guardare alla persona nella sua globalità, oltre la singola manifestazione clinica. In questa prospettiva, la riabilitazione diventa uno strumento essenziale per preservare l’autonomia, sostenere la partecipazione sociale e migliorare la qualità della vita, adattandosi nel tempo all’evoluzione della malattia.
Accanto a questo, il quadro delle politiche pubbliche mostra segnali concreti di attenzione crescente: a dicembre 2025 è stato approvato un emendamento per finanziare programmi specifici dedicati alla diagnosi precoce e alla presa in carico, mentre dal 2026 una quota della prevenzione del Fondo Sanitario Nazionale – pari a 238 milioni di euro – sosterrà programmi strutturati per una risposta più tempestiva ed efficace ai bisogni dei pazienti.
Un insieme di interventi che, se accompagnati da una piena integrazione della riabilitazione nei percorsi di cura, possono contribuire a ridisegnare in modo significativo l’assistenza alle persone con Parkinson nel nostro Paese.

