Nuovo record nella maratona: la lettura del fisiatra tra scienza, strategia e innovazione

Eugenio AndreattaNews Simfer

Il nuovo record mondiale della maratona, stabilito a Londra dall’atleta keniano Sebastian Sawe con uno straordinario tempo di 1:59:30, rappresenta un risultato che segna una svolta nella storia dello sport di endurance e richiama direttamente il contributo della ricerca scientifica. A sottolinearlo è Andrea Bernetti, segretario generale della Simfer e professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento, intervenuto su Adnkronos.

«Questo traguardo rappresenta la realizzazione di una vera e propria profezia scientifica», spiega Bernetti, richiamando il modello elaborato nel 1991 dal fisiologo Michael Joyner, che aveva individuato in 1:57:58 il limite teorico umano sui 42,195 km. Un risultato che, per decenni, è stato considerato irraggiungibile. Il tempo ottenuto da Sawe segna invece il superamento concreto di quella soglia teorica, anticipando le stesse previsioni.

Determinante, secondo la lettura fisiatrica, è stata la gestione della gara attraverso la strategia del “negative split”. Questo approccio prevede una seconda metà di gara più veloce della prima, consentendo di ottimizzare le riserve energetiche, mantenere più stabile la temperatura corporea e ottenere un vantaggio psicologico sugli avversari. Sawe ha infatti corso i primi 21 km in 1:29, mantenendo un ritmo controllato per poi accelerare progressivamente nella seconda parte, chiusa in 59 minuti e 1 secondo, evitando il calo fisiologico tipico delle lunghe distanze.

Accanto alla componente tattica e fisiologica, emerge con forza anche il ruolo della tecnologia. Le calzature utilizzate, le Adidas Adizero Adios Pro Evo 3, hanno contribuito a migliorare l’economia della corsa rispetto ai modelli precedenti, agendo come un vero e proprio moltiplicatore delle capacità atletiche.

La prestazione è il risultato anche di uno stile di vita estremamente rigoroso e di una preparazione metodologica avanzata. Sawe, soprannominato il «killer silenzioso» per la sua riservatezza e la capacità di emergere nella fase finale della gara, segue una routine caratterizzata da disciplina e semplicità. Particolarmente rilevante è la capacità di assumere fino a 100 grammi di carboidrati all’ora tramite idrogel, frutto di un lungo adattamento intestinale.

Fondamentale, infine, il contesto ambientale e l’organizzazione dell’allenamento. La preparazione in Kenya, a oltre 2.000 metri di altitudine, ha favorito l’adattamento fisiologico migliorando la capacità di trasporto dell’ossigeno. Il lavoro è stato strutturato su microcicli di 10 giorni, secondo l’impostazione del coach Claudio Berardelli, per ottimizzare il recupero e sostenere volumi elevati di allenamento.

A Londra si sono inoltre create condizioni ambientali ideali, con temperature fresche, umidità contenuta e vento favorevole, che hanno contribuito a limitare lo stress termico e a favorire la prestazione.

Il risultato di Sebastian Sawe conferma come la performance sportiva di altissimo livello sia oggi il punto di incontro tra fisiologia, tecnologia, metodologia dell’allenamento e condizioni ambientali. Un ambito in cui la medicina fisica e riabilitativa si conferma sempre più centrale nella comprensione e nel supporto delle prestazioni umane.

Leggi l’intervista ad Andrea Bernetti su Adnkronos.