Lussazione della spalla nello sport: Bernetti a LaPresse sul recupero di Gudmundsson

Eugenio AndreattaHome, La SIMFER sui media, News Simfer

Dopo l’infortunio dell’attaccante Albert Gudmundsson, Andrea Bernetti, segretario generale Simfer, spiega a LaPresse caratteristiche della lussazione gleno-omerale, scelta del trattamento e percorso riabilitativo. Per un ritorno in campo in sicurezza non contano solo i tempi, ma soprattutto recupero del movimento, forza e stabilità articolare.

La lussazione della spalla subita da Albert Gudmundsson durante una partita con la nazionale islandese offre l’occasione per approfondire un infortunio frequente nello sport e il ruolo della riabilitazione nel percorso che conduce al ritorno all’attività agonistica.

A parlarne, in un approfondimento pubblicato da LaSalute di LaPresse, è Andrea Bernetti, segretario generale Simfer e ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento.

Gudmundsson ha riportato una lussazione dell’articolazione gleno-omerale, che si sarebbe spontaneamente ridotta. «Quando si sente parlare di lussazione gleno-omerale, significa che la testa dell’omero è letteralmente uscita dalla sua “scatola” naturale, la cavità glenoidea della scapola», spiega Bernetti.

La riduzione spontanea e la scelta del trattamento

Nel caso del calciatore la testa dell’omero sarebbe rientrata spontaneamente nella propria sede, senza la necessità di una manovra esterna di riduzione.

Si tratta di un elemento positivo, ma che non esaurisce la valutazione clinica. Dopo una lussazione occorre infatti verificare l’eventuale presenza di danni articolari, legamentosi oppure ossei e individuare il trattamento più appropriato.

«Dopo la riduzione, specialmente in ambito sportivo, lo staff sanitario e il giocatore si trovano invariabilmente di fronte a un bivio clinico decisivo, ovvero se scegliere la via conservativa oppure optare per l’intervento chirurgico», sottolinea Bernetti.

La decisione dipende da diversi fattori, tra cui entità delle lesioni, età dell’atleta, caratteristiche dell’attività sportiva e rischio di recidiva.

Il percorso riabilitativo

Per Gudmundsson, secondo quanto riportato da LaPresse, sarebbe stato scelto al momento un approccio conservativo.

Dopo una prima fase di riposo relativo e protezione dell’articolazione, il percorso prevede un programma riabilitativo mirato. Gli obiettivi sono inizialmente controllare il dolore e favorire la guarigione dei tessuti, per passare successivamente al recupero della mobilità e al rinforzo della muscolatura che contribuisce alla stabilità della spalla.

Il punto centrale, soprattutto nell’atleta, non è però soltanto stabilire dopo quanti giorni sia possibile rientrare in campo.

«Il giocatore deve aver recuperato un arco di movimento completo e indolore, oltre a una forza muscolare e una stabilità sufficiente per sopportare i duri contrasti di gioco», evidenzia Bernetti.

Rientro in campo: una stima di 3-5 settimane

In presenza di una buona evoluzione clinica e seguendo un approccio conservativo, Bernetti indica una stima generalmente compresa fra tre e cinque settimane per il ritorno al gioco.

La rapidità del recupero deve però essere valutata insieme a un altro elemento importante: il rischio di una nuova lussazione. Negli atleti, soprattutto negli sport che prevedono contatti e cadute, l’instabilità residua della spalla può infatti favorire recidive.

«Il rischio principale di questa scelta è la recidiva», osserva Bernetti, ricordando che i legamenti interessati dal trauma possono rimanere più lassi e rendere l’articolazione meno stabile.

Quando può essere necessario l’intervento chirurgico

Il quadro cambia qualora gli esami strumentali evidenzino lesioni significative delle strutture legamentose o danni ossei.

In questi casi può diventare indicato il trattamento chirurgico, con tempi di recupero inevitabilmente più lunghi. Secondo Bernetti, per un atleta il ritorno alle competizioni dopo un intervento può richiedere indicativamente tre-quattro mesi.

Il caso Gudmundsson mette così in evidenza un principio fondamentale della Medicina fisica e riabilitativa applicata allo sport: il ritorno all’attività agonistica non dovrebbe essere determinato soltanto dal trascorrere di un certo numero di settimane, ma dal recupero effettivo della funzione, della forza e della stabilità necessarie per affrontare nuovamente le richieste specifiche dello sport.

✅ Leggi l’articolo completo su LaPresse