Tornare al lavoro e recuperare una piena partecipazione alla vita sociale rappresentano due obiettivi fondamentali della riabilitazione dopo una lesione midollare. Sono però due dimensioni strettamente collegate, ma non sovrapponibili, sulle quali intervengono fattori funzionali, psicologici, sociali e ambientali differenti.
È quanto emerge da un ampio studio longitudinale pubblicato nel numero di agosto 2026 dell’European Journal of Physical and Rehabilitation Medicine (Ejprm), firmato da Andrea Calderone, Loredana Raciti, Rosaria De Luca, Angelo Quartarone, Laura Simoncini, Maria P. Onesta e Rocco S. Calabrò. Il lavoro ha coinvolto ricercatori dell’Irccs Centro Neurolesi Bonino-Pulejo di Messina, dell’Unità Spinale Unipolare dell’Aoe Cannizzaro di Catania e dell’Unità Spinale dell’Istituto di Montecatone di Imola.
Un grande database per studiare la partecipazione nel lungo periodo
Lo studio ha utilizzato i dati dello Spinal Cord Injury Model Systems (Scims) statunitense, uno dei più ampi sistemi di raccolta longitudinale di informazioni sulle persone con lesione midollare. L’obiettivo era individuare i fattori associati nel tempo a due diversi esiti: il ritorno al lavoro competitivo e l’integrazione sociale, valutata attraverso il Chart Social Integration.
Le dimensioni dell’analisi sono rilevanti: per il ritorno al lavoro sono state considerate 16.574 osservazioni relative a 10.195 persone, mentre per l’integrazione sociale sono state analizzate 26.028 osservazioni riferite a 16.410 partecipanti.
Il messaggio principale che emerge dai dati è chiaro: la mobilità rappresenta il fattore comune più fortemente associato sia al ritorno al lavoro sia all’integrazione sociale, ma da sola non è sufficiente a spiegare la partecipazione reale della persona.
Mobilità, istruzione e soddisfazione per la propria vita
Una migliore mobilità, un livello di istruzione più elevato e una maggiore soddisfazione per la propria vita risultano associati a esiti migliori in entrambi gli ambiti studiati. Al contrario, vivere in una struttura anziché in una residenza privata è associato a risultati meno favorevoli sia sul piano lavorativo sia su quello dell’integrazione sociale.
Particolarmente significativa è l’associazione tra mobilità e occupazione: ogni incremento di 10 punti nel punteggio Chart Mobility è associato a un aumento del 56% delle probabilità di essere occupati. Molto forte anche il peso dell’istruzione: rispetto alle persone con un livello inferiore al diploma di scuola superiore, chi possiede un titolo universitario di livello bachelor o superiore presenta probabilità di occupazione quasi sei volte maggiori.
Lo studio mostra inoltre che, a cinque anni dalla lesione, il blocco costituito da funzione e mobilità spiega il 40,86% della variabilità considerata per il ritorno al lavoro e il 47,13% per l’integrazione sociale. I fattori legati ai sintomi, alla dimensione psicosociale e al contesto mantengono tuttavia un peso consistente: rispettivamente il 30,10% e il 28,77%.
Lavoro e integrazione sociale richiedono strategie diverse
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio le differenze tra i due esiti. Il dolore presenta un’associazione negativa più evidente con il ritorno al lavoro, mentre i sintomi depressivi risultano maggiormente associati a una minore integrazione sociale. La soddisfazione per la propria vita, invece, mantiene un’associazione positiva con entrambe le dimensioni.
Anche il bisogno di assistenza assume significati differenti. Un maggiore ricorso all’assistenza è associato a minori probabilità di occupazione; l’assistenza non retribuita, presumibilmente fornita dalla rete familiare o informale, presenta invece un’associazione positiva con l’integrazione sociale.
I risultati confermano quindi che “partecipazione” non può essere considerata un unico esito indistinto: una persona può essere inserita professionalmente ma avere una vita sociale limitata oppure, al contrario, essere fortemente integrata nella propria comunità senza essere occupata.
Una riabilitazione orientata alla partecipazione
Per la Medicina fisica e riabilitativa, lo studio propone una prospettiva particolarmente significativa. La capacità funzionale e la mobilità rimangono centrali, ma il successo della riabilitazione nel lungo periodo dipende anche dalle opportunità educative, dal benessere psicologico, dal controllo dei sintomi, dalle reti di supporto e dalle caratteristiche dell’ambiente nel quale la persona vive.
Gli autori sottolineano infatti come gli interventi finalizzati a mantenere mobilità e capacità funzionale siano essenziali, ma difficilmente sufficienti se considerati isolatamente. Una strategia realmente orientata alla partecipazione dovrebbe quindi integrare dimensione funzionale, reinserimento lavorativo, benessere psicosociale e contesto ambientale e relazionale, individuando per ciascuna persona le barriere e i facilitatori specifici.
Un’indicazione che rafforza il ruolo della riabilitazione non soltanto nel recupero delle funzioni, ma nell’accompagnamento della persona verso il recupero e il mantenimento dei propri ruoli familiari, professionali e sociali lungo tutto il corso della vita.
Gli autori ricordano comunque che si tratta di uno studio osservazionale basato su un registro statunitense: le associazioni rilevate non dimostrano rapporti di causa-effetto e i risultati relativi al lavoro devono essere interpretati alla luce delle specificità del sistema assistenziale, previdenziale e occupazionale degli Stati Uniti.
Riferimento: Calderone A, Raciti L, De Luca R, Quartarone A, Simoncini L, Onesta MP, et al. Real-world participation after spinal cord injury: longitudinal associations with return to work and long-term social integration. European Journal of Physical and Rehabilitation Medicine. 2026;62(4):393-412. Doi: 10.23736/S1973-9087.26.09530-4.

