Conosciuta comunemente come “gomito del tennista”, l’epicondilite può interessare anche chi non ha mai impugnato una racchetta. Attività lavorative, domestiche e sportive caratterizzate da movimenti ripetitivi possono infatti sovraccaricare i tendini del gomito. Andrea Bernetti, ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento e segretario generale Simfer, ne ha parlato il 25 agosto a Unomattina su Rai 1, illustrando sintomi, diagnosi, trattamento e prevenzione.
Il nome “gomito del tennista” rischia di essere fuorviante: l’epicondilite non è infatti una patologia riservata agli sportivi e, anzi, molte delle persone che ne soffrono non praticano tennis.
«La maggior parte delle persone effettua semplicemente delle attività ripetitive», ha spiegato Andrea Bernetti. Tra gli esempi più comuni ci sono l’uso prolungato del mouse, alcune attività domestiche, il giardinaggio e il bricolage. A queste si aggiungono naturalmente gli sport di racchetta, dal tennis al padel fino al racchettone, soprattutto quando vengono praticati senza un’adeguata preparazione o con un gesto tecnico non corretto.
Dal rovescio del tennis alle attività quotidiane
L’epicondilite interessa la parte esterna del gomito e coinvolge i tendini sollecitati nei movimenti di estensione del polso e delle dita. Nel tennis, per esempio, un momento particolarmente impegnativo può essere il rovescio: l’impatto con la palla sottopone a una forte sollecitazione le strutture tendinee che si inseriscono a livello dell’epicondilo.
Il gesto tecnico ha quindi un’importanza rilevante. Bernetti ha sottolineato come, nel tennis agonistico di alto livello, gli infortuni interessino frequentemente gli arti inferiori, mentre i disturbi di gomito e spalla siano particolarmente comuni tra gli amatori e nei praticanti meno esperti. «Sbagliare il gesto tecnico significa sollecitare troppo i tendini», ha spiegato Bernetti. Una sollecitazione ripetuta nel tempo può favorire alterazioni tendinee, infiammazione e dolore.
I primi segnali: dal dolore durante l’attività fino al riposo
I sintomi tendono generalmente a comparire in maniera graduale. Nelle fasi iniziali il dolore si manifesta soprattutto durante l’attività che provoca il sovraccarico: sport, lavoro, faccende domestiche o hobby. Se però si continua a sottoporre il tendine agli stessi stress, il disturbo può progressivamente comparire anche nei normali gesti della vita quotidiana.
Versare un bicchiere d’acqua o girare una chiave nella serratura possono così diventare dolorosi. Nei quadri più importanti il dolore può presentarsi anche durante la notte. Quando il disturbo diventa «persistente, recidivante e continuativo», secondo Bernetti è importante arrivare a una diagnosi precisa, evitando di limitarsi a mascherare il sintomo. Il rischio, infatti, è che il problema tendineo progredisca: il tendine può andare incontro a ispessimento, indebolimento, piccole lesioni o calcificazioni, rendendo più complesso anche il successivo recupero.
Antidolorifici per continuare a giocare? Il rischio è mascherare il problema
Particolare attenzione va prestata all’uso dei farmaci con il solo obiettivo di poter continuare l’attività sportiva nonostante il dolore. «A volte si prende un antinfiammatorio o un analgesico per continuare a fare attività sportiva, però si maschera una problematica sottostante che può anche cronicizzare», ha osservato Bernetti. Un dolore lieve e occasionale può non essere motivo di particolare preoccupazione; diverso è il caso di un sintomo che continua a ripresentarsi o diventa costante. In queste situazioni la valutazione clinica permette di comprenderne l’origine e di impostare un trattamento appropriato.
Visita ed ecografia per arrivare alla diagnosi
Il percorso diagnostico parte dalla visita medica e dall’esame obiettivo, attraverso test specifici che permettono di valutare le strutture interessate. Uno strumento particolarmente utile è l’ecografia muscoloscheletrica, esame non invasivo che non utilizza radiazioni e consente anche una valutazione dinamica del tendine. «Mettendo la sonda in corrispondenza del tendine e facendo effettuare dei movimenti vediamo proprio il tendine che si muove», ha spiegato Bernetti.
Quando è necessario un approfondimento possono essere utilizzate indagini di secondo livello, come la risonanza magnetica.
Bernetti ha fornito anche alcune indicazioni per la gestione della fase dolorosa acuta, distinguendo fra caldo e freddo. Il calore può essere utile in presenza di contratture muscolari, mentre su un tendine infiammato è preferibile la crioterapia. Il ghiaccio può essere applicato localmente due o tre volte al giorno per periodi brevi, indicativamente non superiori ai 15 minuti per ciascuna applicazione.
Riabilitazione, esercizio e terapie fisiche
Il trattamento dell’epicondilite deve essere personalizzato in funzione della diagnosi e delle caratteristiche della persona. Bernetti ha sottolineato l’importanza di un approccio multimodale nel quale possono trovare spazio, a seconda del quadro clinico, l’esercizio terapeutico e alcune terapie fisiche strumentali. Tra queste ha ricordato le onde d’urto focali, da associare all’esercizio all’interno di un vero percorso riabilitativo.
In alcuni casi possono essere presi in considerazione anche trattamenti infiltrativi, da eseguire con indicazioni precise e preferibilmente sotto guida ecografica. La scelta delle sostanze e delle tecniche, ha sottolineato Bernetti, deve dipendere dalla diagnosi e dalle evidenze disponibili, evitando trattamenti indiscriminati e prestando particolare attenzione agli effetti che alcune sostanze possono avere sul tessuto tendineo.
Il “metodo Amor”: attrezzatura, movimento, ottimismo, riabilitazione
In chiusura Bernetti ha sintetizzato in un acronimo, “Amor”, quattro indicazioni utili per prevenire e affrontare queste problematiche.
A come appropriatezza, dell’attrezzatura utilizzata e della postura.
M come movimento: evitare l’immobilità, continuando a muoversi senza però superare la soglia del dolore.
O come ottimismo, perché nella maggior parte dei casi il trattamento è conservativo e un atteggiamento positivo può favorire l’adesione al percorso di cura.
R come riabilitazione, elemento centrale perché «la maggior parte di queste problematiche si tratta attraverso un percorso riabilitativo».
Un messaggio che riporta quindi l’epicondilite dal semplice “dolore al gomito” a ciò che è realmente: una problematica tendinea da comprendere nelle sue cause e affrontare attraverso diagnosi, correzione dei fattori di sovraccarico e un progetto riabilitativo appropriato.
