Una stagione segnata da numerosi stop muscolari riaccende il dibattito su carichi di lavoro, calendario e gestione del rientro in campo. A intervenire, in un’analisi pubblicata da LaPresse, è Andrea Bernetti, segretario generale Simfer e ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento, che offre una lettura clinica e riabilitativa del fenomeno.
Negli ultimi mesi il SSC Napoli ha registrato una lunga serie di infortuni, spesso di natura muscolare, alimentando interrogativi sull’eventuale ruolo della preparazione atletica. Secondo Bernetti, tuttavia, «parlare a posteriori è sempre facile»: la metodologia di allenamento non risulta sostanzialmente diversa da quella adottata nella stagione precedente, quando l’incidenza degli infortuni era stata inferiore.
Infortuni muscolari: funzionali nel 70% dei casi
Nel calcio professionistico gli infortuni muscolari rappresentano la tipologia più frequente. Bernetti ricorda un dato rilevante: circa il 70% di questi eventi è di tipo funzionale e non strutturale, ovvero non presenta una lesione macroscopica documentabile delle fibre muscolari agli esami strumentali, come la risonanza magnetica.
In questi casi la causa principale è il sovra-affaticamento, che si manifesta con rigidità e aumento del tono muscolare. L’assenza di un riscontro evidente agli esami può indurre a sottovalutare il problema, con il rischio di evoluzione verso una lesione vera e propria in un secondo momento.
Calendario fitto e sovraccarico
Tra i fattori da considerare vi è l’intensificazione del calendario agonistico. L’accumulo di impegni ravvicinati, con tempi di recupero ridotti, può incidere sull’equilibrio tra carico e capacità di adattamento del tessuto muscolare, aumentando la probabilità di eventi lesivi, soprattutto in contesti ad alta intensità come il calcio d’élite.
Il nodo delle recidive
Un altro elemento critico è rappresentato dalle recidive, che nel caso analizzato sono state numerose. La pressione per un rapido rientro in campo può favorire trattamenti troppo accelerati.
Secondo Bernetti, circa la metà delle recidive muscolari si verifica entro il primo mese dal ritorno all’attività agonistica. Il dolore può essere scomparso, ma forza eccentrica e controllo neuromuscolare non sempre risultano pienamente ripristinati.
Una lesione muscolare non può dirsi realmente guarita solo in assenza di sintomi, ma quando l’atleta è in grado di sostenere un carico biomeccanico adeguato alle sollecitazioni richieste e di riprodurre senza difficoltà il gesto atletico specifico correlato all’infortunio.
Valutazione multidimensionale e prevenzione
La gestione e la prevenzione delle lesioni muscolari richiedono un approccio multidimensionale, che integri:
- metodiche di allenamento
- analisi biomeccanica
- controllo neuromotorio
- stile di vita
- nutrizione
La Medicina fisica e riabilitativa, in questo contesto, svolge un ruolo centrale nel coordinare valutazioni funzionali avanzate e nel definire percorsi personalizzati di recupero, con particolare attenzione ai parametri di carico e alla qualità del gesto atletico.
L’età media come fattore di rischio
Un ulteriore elemento riguarda l’età media della rosa. Con un’età prossima ai 30 anni, il gruppo analizzato presenta caratteristiche biologiche differenti rispetto a squadre più giovani. Il muscolo di un atleta trentenne mostra infatti modificazioni cellulari e strutturali che possono aumentare la suscettibilità agli infortuni.
In questa fascia d’età l’incidenza degli infortuni in competizione risulta quasi doppia rispetto agli atleti under 22, dato che impone una pianificazione ancora più attenta dei carichi e dei tempi di recupero.
Il caso analizzato offre l’occasione per ribadire un principio chiave della fisiatria applicata allo sport: la prevenzione e il rientro in campo devono fondarsi su criteri oggettivi, misurabili e personalizzati, superando logiche esclusivamente sintomatologiche e valorizzando un approccio integrato alla performance e alla salute dell’atleta.

